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The MUSMA in one minute. Video

Fernando Arrabal in visita al MUSMA. Video

Portami al Confine. Trailer

Lucilla Catania
Roma 1954
lucilla catania punzone, 2008_musma 

Punzone, 2008
tufo, cm 100 x 100 x 54
Opera realizzata in occasione della IV Giornata del Contemporaneo

 

lucilla catania, sei, 1996, sei, 1996_musma

Sei, 1996
marmo rosso laguna, cm 100 x 50 x 20
Donazione L. Catania, Roma


 

catania lucilla_musma
Dopo aver compiuto gli studi artistici specializzandosi in scultura, Lucilla Catania si stabilisce, fra il 1980 e il 1981, in Francia dove incontra Cèsar entrando in contatto con la ricerca artistica internazionale. Ritornata a Roma nel 1982 inizia a produrre una serie di sculture in terracotta che contengono i fondamenti della sua linea poetica, già da allora decisamente autonoma e svincolata sia dalle tendenze analitiche/concettuali sia da quelle neoinformali. La sua ricerca artistica è tesa alla creazione di un’idea di scultura che unisca in se i connotati classici della tridimensionalità e la coscienza dei nuovi codici socio-culturali del tempo presente.
Dopo alcune collettive in Italia e all’estero partecipa nel 1985 alla mostra Nuove trame dell’arte, curata da Achille Bonito Oliva. È durante il 1985 che l’artista, abbandonando progressivamente la lavorazione della terracotta, inizia le prime opere in pietra e marmo.

La compattezza del nuovo materiale e il livello di definizione e compiutezza formale al quale il marmo consente di arrivare, accelerano, nella sua ricerca, il processo di spoliazione da ridondanze formali superflue, giungendo a volte, ad una dimensione di immaterialità e di assenza di gravità. Nel 1995, insieme agli artisti Renato Mambor, Cloti Ricciardi, Alberto Zanazzo, Fiorella Rizzo e Laura Palmieri, fonda “A regola d’ arte”, progetto diffusore di comunicazione e di riflessione intorno all’arte, con il quale organizza dal 1995 al ’97 varie manifestazioni. Seguono altre importanti mostre personali e partecipazioni a numerose collettive. Vive e lavora Roma.
«Scavando e svuotando le forme Lucilla Catania, viola il senso di staticità e inerzia dei blocchi di marmo, di pietra o di cemento; scopre le qualità elastiche, la flessibilità e finanche il respiro dei materiali. Le componenti naturalistiche unite a quelle storicistiche originano sculture di una monumentalità minimale, senza piedistalli che giacendo o strisciando di pancia, rappresentano una definitiva contemporanea classicità». (Anna Imponente)

INTERVISTA A LUCILLA CATANIA
a cura dell'Ufficio stampa del MUSMA


Quando o in che occasione particolare hai detto a te stessa: “Io voglio fare l’artista”?
Nessuna occasione particolare, diciamo che mi sono ritrovata così, da sempre. Chiamiamola naturale tendenza ma è nell’anno 1983 che la tendenza diventa consapevolezza e determinazione. Sono cresciuta, culturalmente, nella Roma degli anni ’80. La Roma artistica era ricca, arrogante e, ovviamente, maschilista. Per i giovani artisti, tre erano le gallerie importanti e che dettavano legge. Tutte e tre lavoravano programmaticamente con singoli gruppi di artisti, coesi al loro interno, ma in forte competizione tra di loro. All’interno di questa logica le figure femminili, che pur esistevano, erano tagliate fuori senza riflessione o considerazione alcuna. Il clima culturale di quegli anni non ammetteva deroghe, il cerchio si chiudeva intorno a una decina di nomi di artisti sui quali investire e puntare, il resto era “tabula rasa”. Ho dovuto aspettare il 1989 per fare la mia prima mostra personale a Roma, allorché incontrai la giovane gallerista Emanuela Oddi Baglioni; una testa libera ed indipendente come la mia.

Hai un rapporto con altre linguaggi espressivi? Se si, quanto incidono sul tuo lavoro?
Sono una convinta ed irriducibile scultrice. La scultura, io la vivo così, è un’arte egoista ed ingrata, ti vuole tutta per sé e non c’è né tempo né voglia di pensare ad altro.

Nella realizzazione di una tua scultura, ti muovi nel solco della tradizione o segui un procedimento tutto tuo? Quale funzione ha il disegno?
Assolutamente nel solco della tradizione. Se vuoi fare scultura devi rispettare alcune regole semplici ma fondamentali, se no fai altro. Installazioni, tridimensionalità, multimedialità, va tutto bene se fatto con onestà e rigore…..ma vi prego non chiamatela scultura. Il disegno, all’interno di questo pensiero, è un utile strumento preparatorio alla realizzazione dell’opera. La qualità del disegno può anche essere eccelsa ma resta, per me , un momento di passaggio, un specie di stazione di transito per andare altrove.

Ritieni che il tuo lavoro, per essere compreso, necessiti di conoscenze particolari?

No, l’opera deve avere, al suo interno, una strategia per arrivare allo spettatore in modo diretto ed aperto. Le conoscenze sull’arte e sul mondo aiutano ed affinano la mente ma l’opera d’arte deve autosostenersi nella sua qualità ed evidenza.

L’opera comincia il suo viaggio già con un titolo che indirizza il tuo percorso e la possibile comprensione da parte del pubblico?
Direi il contrario: prima nasce l’opera e poi il titolo che altro non è che una chiave per entrare al suo interno. Ma è una chiave e basta, l’osservatore deve fare il suo autonomo cammino per capire in quale nuova dimensione è entrato ed accettare o meno di restarci.

Quali sono stati i tuoi artisti di riferimento e, oggi, quelli che guardi con maggiore attenzione?
I grandi scultori dell’astrattismo europeo del ‘900 sono stati e restano i miei primi maestri: Brancusi, Arp, il nostro Alberto Viani ….da lì sono partita per il mio viaggio. Oggi la scultura è merce rara, troppo difficile da fare e da vendere, gli artisti giovani sono attratti da altri linguaggi, ma quando guardo alcune splendide opere di Mainolfi o di Spagnulo mi dico che questa grande arte è viva e vegeta: la scultura è morta, viva la scultura!

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