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The MUSMA in one minute. Video

Fernando Arrabal in visita al MUSMA. Video

L'intervista del MUSMA a Emilio Isgrò. Video

Valeria Gramiccia
Roma 1943
valeria gramiccia, bilico f, 2001_musma

Bilico F, 2001
acciaio, legno colorato e tempera, cm 73 x 90 x 5
Donazione V. Gramiccia e I. Giannini, Roma


gramiccia_musma È certo un insolito modo di procedere all'interno del proprio itinerario artistico quello di Valeria Gramiccia, soprattutto da quando si concludono i sodalizi con figure straordinarie come Afro e Consagra. Infatti, pur avendo iniziato il proprio percorso artistico, fin dalla metà degli anni Sessanta quale responsabile della catalogazione delle sculture e dell'opera grafica di Mirko Basaldella, e vivendo l'esperienza centrale della sua formazione presso lo studio di Afro come sua assistente, ed occupandosi poi, alla fine degli anni Settanta all'allestimento della mostra di Consagra a Matera, l'artista romana trova la propria poetica, che si è andata via via sempre più precisando, soprattutto negli anni più recenti. La sua volontà di uscire allo scoperto, di prendere la sua strada, deriva probabilmente da una disposizione dell'artista alla timidezza.

«Il primo contatto con la scultura è stato, da bambina, con Mirko. Amico di famiglia si prestava a farmi da baby sitter e a volte mi accompagnava all’Opera; avrò avuto nove o dieci anni, e durante l’intervallo di un’opera, per me noiosissima, mi presentò Giorgio de Chirico. Andavo nello studio di Mirko, pasticciavo con la creta; e fu lui ad accompagnarmi dal coloraio Paciosi a comprare la mia prima cassetta di colori». Valeria Gramiccia

INTERVISTA A VALERIA GRAMICCIA
a cura dell'Ufficio stampa del MUSMA

Quando o in che occasione particolare hai detto a te stessa: “Io voglio fare l’artista”?
Il mio lavoro si è sempre svolto nel mondo dell’arte, lavorando con gli artisti e per gli artisti. Solo più tardi ho vinto le mie timidezze e, forte del bagaglio accumulato, ho deciso di esprimermi in maniera autonoma, di lavorare per me, e ho provato l’urgenza di lasciare una mia traccia.

Hai un rapporto con altre linguaggi espressivi? Se si, quanto incidono sul tuo lavoro?
Ho certamente rapporti con altri linguaggi, ma questi non influenzano il mio lavoro.

Nella realizzazione di una tua scultura, ti muovi nel solco della tradizione o segui un procedimento tutto tuo? Quale funzione ha il disegno?
Non posso definirmi una scultrice. L’opera esposta al MUSMA io la chiamo “Bilico”. Mirella Bentivoglio ha chiamato questa serie di mie opere “pittosculture”. Mentre per i quadri non uso fare bozzetti preparatori, ma penso più ai colori che determinano le forme, per i “bilichi” devo partire da un progetto di disegno molto preciso.

Ritieni che il tuo lavoro, per essere compreso, necessiti di conoscenze particolari?
La comprensione di un lavoro artistico dipende essenzialmente dal riguardante. O il lavoro piace e interessa, oppure no. Diffido delle opere che necessitano di spiegazioni e conferenze. Mi sembra che cerchino giustificazioni alla loro esistenza.

L’opera comincia il suo viaggio già con un titolo che indirizza il tuo percorso e la possibile comprensione da parte del pubblico?
L’opera nasce perché è lei che ti chiama. Se vuoi, alla fine puoi darle un titolo, oppure no. Sono gli occhi a comprenderla non certo aiutati da un cartellino.

Quali sono stati i tuoi artisti di riferimento e, oggi, quelli che guardi con maggiore attenzione?
Tutti gli artisti che ami sono riferimenti. Fra tanti, quelli che sento più vicini sono: Afro, Licini, Klee, Consagra per i “bilichi”. E in generale, qualsiasi grande artista è un riferimento.

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