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L'intervista del MUSMA a Emilio Isgrò. Video

Edgardo Mannucci
Fabriano (AN) 1904 - Arcervia (AN) 1986
edgardo mannucci, idea, 1964_musma

Idea, 1964
ottone e scorie di bronzo fuso cm, 39,5 x 39,5 x 16
Donazione V. e P. Rubiu in memoria di Cesare Brandi, Roma

 

mannucci_musma
Nato a Fabriano nel 1904, Edgardo Mannucci apprende sin da piccolo l'arte scultorea nella bottega di marmista del padre. Prosegue gli studi frequentando la Scuola professionale per la lavorazione del cemento a Matelica e, trasferitosi a Roma, diviene apprendista nello studio dello scultore Zaccagnini. Nel 1930 si diploma in decorazione plastica al Museo artistico industriale e nello stesso anno si trasferisce nello studio del conterraneo e già affermato scultore Ruggeri seguendone parzialmente il suggerimento figurativo. Agli inizi degli anni Trenta stringe amicizia con Giacomo Balla, Filippo Tommaso Marinetti ed Enrico Prampolini, collaborando con quest’ultimo alla realizzazione di due mascheroni per il padiglione della ricreazione alla I Mostra nazionale del Dopolavoro di Roma nel 1938. Nel 1931 espone la sua prima personale di sculture al Gentile da Fabriano della sua città. Le opere di questi anni anni hanno al centro la figura umana e rispecchiano una ricerca votata a uno spiccato arcaismo purista, stile che il Mannucci protrae fino alla seconda metà degli anni Quaranta. Nel 1932 conosce Corrado Cagli di cui divenne fraterno amico e con cui fonda il gruppo degli “Orientalisti” caldeggiato dallo scrittore Bontempelli. L'amicizia con Cagli lo conduce a frequentare l'ambiente della Galleria della Cometa senza tuttavia mai esporvi. Stringe amicizia anche con i fratelli Mirko e Afro Basaldella, con Pericle Fazzini, Libero De Libero ed Ezio Sclavi. Nel 1938 sposa Altea Minelli, figlia dello scultore Ruggeri, e nello stesso anno ottiene l'incarico di assistente alla cattedra di figura e ornato disegnato presso il liceo artistico di Roma annesso all'Accademia di belle arti. Richiamato sotto le armi nel 1940, dal 1942 combatte sul fronte orientale e viene ferito e fatto prigioniero a Creta.
Nel 1944 torna a Roma e riprede il lavoro: orienta la sua opera verso un profondo mutamento in senso informale, percependo l'impossibilità che, dopo Hiroshima, la figura fosse ancora un mezzo adeguato per potersi esprimere e per rappresentare la realtà. A seguito del catastrofico evento che sconvolse il mondo, infatti, l’artista intravide nell'incontro e nella fusione dei metalli le migliori possibilità di rappresentazione di quel sentire indotto dallo sprigionarsi dell'energia atomica nello spazio. Nel 1945, nello studio di Fazzini, conosce Alberto Burri e l'anno seguente partecipa alla collettiva romana "12 scultori d'oggi" . Al biennio 1946-47 sono condotte le sue prove non figurative di piena maturità caratterizzate da una linea postcubista e un dinamismo sintetico commisti a riletture metafisiche in sintonia con l'opera di Cagli e Mirko Basaldella. Tra i materiali utilizzati in questo periodo e negli anni seguenti, in sintonia con le ricerche polimateriche dell'ambiente artistico romano, figurano il ferro, l'ottone, il bronzo e il vetro. Nel 1947 ottiene la cattedra di ornato disegnato al liceo artistico di Roma e prende parte alle mostre dell'Art club romano. Dal 1950 collabora con Oddo Aliventi alla realizzazione di opere scultoree per le scenografie di diversi film: I miserabili, Elena di Troia, Fabiola, Quo vadis?, Gli ultimi giorni di Pompei, Cristo proibito. Si avvicina, pur non prendendovi parte, al gruppo "Origine" formato da Burri, Ettore Colla, Giuseppe Capogrossi. Negli anni Cinquanta realizza i primi mobiles sospesi e imperniati nello spazio con grumi, scorie, detriti bruciati: elementi in cui la scultura del Mannucci esprime una forte energia materica allusiva e facilmente riferibile alla terribile consapevolezza degli effetti della bomba nucleare dopo Hiroshima. Espone alla Quadriennale Romana e alla Galleria nazionale d'arte moderna di Roma (1951) a New York e Dallas (1957). Nel 1962 ha un’intera sala alla XXXI Biennale di Venezia del 1962. Dalla metà degli anni Sessanta la materia della sua scultura diviene più esplicita e preziosa inglobando anche cosiddetti vetri-nuclei utilizzati come gemme colorate. Intensifica la sua partecipazione a mostre collettive in Italia e in Francia e si impegna alla valorizzazione e alla crescita culturale di Arcevia, il centro delle Marche dove Mannucci decide di trasferirsi. Prosegue un'intensa attività artistica ed espositiva sino agli ultimi anni della sua vita. Muore nel 1986 nella sua abitazione di Arcevia.
   
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