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san valentino al musma-14 febbraio 2012
          
       

SAN VALENTINO AL MUSMA
In occasione della festa di San Valentino, il MUSMA regala a tutte le coppie di innamorati e 
tutti quelli che si amano (fratelli e sorelle, madri e figli, nonni e nipoti, ecc.) la possibilità di visitare il museo con un solo biglietto. Occasione per recarsi a Palazzo Pomarici e  visitare gli spazi in cui è allestita la collezione permanente del Museo, la mostra dedicata ad Antonio Sanfilippo nelle “Sale della caccia”, le incisioni di Louis Marcoussis, del 1931, commentate da Tristan Tzara nella “Sala della grafica” e le 25 acqueforti e acquetinte di Assadour, in mostra nel rinnovato bookshop del Museo.
Comunicato stampa  

 


                                              
 

SAN VALENTINO AL MUSMA
un ingresso omaggio per ogni coppia di innamorati
14 febbraio 2012
h. 10.00 - 14.00 / 16.00 - 20.00

  
  
             
Proprio in preparazione alla festa degli innamorati, il MUSMA ha promosso negli ultimi giorni l’iniziativa “Le forme dell’amore nell’arte” sulla propria Fan page di Facebook , finalizzata ad individuare il tema proposto con immagini e storie. Un successo inimmaginabile, che ha fatto registrare al profilo più di 250 fan in pochissimi giorni, oltre ai numerosissimi contributi in bacheca di coloro che si sono cimentati in questa divertente palestra per rinverdire la storia dell’arte attraverso il tema dell’amore in tutte le sue forme, orientando positivamente l’utilizzo del diffusissimo social network creato da Mark Zuckerberg.
Una ricca schiera di nomi e temi proposti dai fan del MUSMA e dal Museo stesso lungo tutta la bacheca di Facebook, che andranno a confluire su questa pagina del sito dedicata all’iniziativa.
E sarà la stessa Fan page del Museo a raccogliere le fotografie che le coppie del “San Valentino al MUSMA” vorranno far pubblicare: dopo la visita, ogni coppia sarà invitata a posizionarsi nel cortile dove, attraverso l’originale cornice realizzata appositamente per l’occasione dallo scultore pugliese Salvatore Sava (Surbo di Lecce, 1966), verrà fotografata dallo staff del Museo per immortalare il sentimento d’amore di cui è portatrice. Saranno i fan, attraverso i “Mi piace” sulla fotografia, a decretarne la più originale, la più bella.
Se il tema “Le forme dell’amore nell’arte” ha prodotto interesse verso i tanti utenti di Facebook, il MUSMA vanta la presenza di numerosi testimonial tra i propri artisti in collezione: lo scultore protagonista degli “11 ferri di Matera” Pietro Consagra e la filosofa e critica d’arte, iniziatrice del femminismo dell’autocoscienza e della differenza sessuale, Carla Lonzi. La lunga e intesta storia d’amore di uno dei massimi artisti del Novecento italiano, Fausto Melotti con Lina Marcolongo

pietro consagra e carla lonzi pietro cascella e ludovico quaroni  antonietta raphael e mario mafai
 Pietro Consagra e Carla Lonzi  Cascella e Quaroni  Mario Mafati e Antonietta Raphaël

L’amore tra gli scultori Pietro Cascella e Cordelia von den Steinen, tra l’editore milanese Vanni Scheiwiller e Alina kalczynska, senza trascurare la grande storia d’amicizia all’insegna dell’arte tra Pietro Cascella e Ludovico Quaroni, artisti impegnati proprio a Matera nel comune lavoro di progettazione e decorazione della San Vincenzo De’ Paoli nel borgo La Martella. Una fra tutte, invece, è la vicenda umana e artistica di due grandi esponenti dell’arte italiana del Novecento, Mario Mafai (Roma, 1902- 1965) ed Antonietta Raphaël (Kovno, Lituania, 1895- Roma 1975.

Comunicato stampa Al MUSMA, un San Valentino all'insegna dell'arte
fausto melotti e lina marcolongo
Lina Marcolongo e Fausto Melotti
 
ARTISTI PER PROFESSIONE, COMPAGNI NELLA VITA:
LA STORIA D’AMORE TRA MARIO MAFAI E ANTONIETTA RAPHAËL

Sono stati entrambi grandi esponenti dell’arte italiana del Novecento, Mario Mafai (Roma, 1902- 1965) ed Antonietta Raphaël (Kovno, Lituania, 1895- Roma 1975). Lui che, avviato dalla famiglia agli studi tecnici, decide di seguire l’arte dopo il sodalizio con Gino Bonichi, detto Scipione, con il quale stringerà un’intensa amicizia che si rivelerà fondamentale per l’incontro con la sua futura compagna di vita. Lei che, dopo anni di permanenza a Londra e a Parigi per sfuggire all’antisemitismo, si iscrive all’Accademia di Belle Arti a Roma, dove non passa inosservata per il suo carattere propenso alla favola e alla fantasia, tanto da accreditarsi una data di nascita anteriore sul passaporto ricorrendo ad un maldestro ritocco.
In Accademia, i due instaurano subito un forte legame sentimentale, solidificato dalla comune amicizia con Scipione. Nel suo diario, Antonietta ricorda quel periodo: «La prima volta che andai nello studio che Mario divideva con Scipione e mi fece vedere i suoi quadri, gli dissi, che non mi piacevano, erano troppo tristi. Un mese dopo mi portò un mazzetto di mughetti. Era il suo compleanno. Mi disse: “Antonietta, fammi un regalo, dipingili”. Tornai dopo due ore. “È fantastico - disse - devi continuare”. E così cominciai».
Nel febbraio 1926 nasce la loro prima figlia, Myriam. Nello stesso periodo prende vita anche il gruppo di artisti “di via Cavour”, come lo definì Roberto Longhi, per indicare quel sodalizio spontaneo di artisti con punto di incontro nella via romana, di cui Antonietta e Mario facevano parte. Ed è proprio in un palazzo umbertino di via Cavour che la neo famiglia vive e lavora. Scrive Antonietta: «Roma da quelle parti era stupenda, tutte piazzette, casette e noi avevamo una casa all’ultimo piano con un terrazzo enorme, meraviglioso, dove mangiavamo, dipingevamo, chiacchieravamo, e di lì c’era quella veduta che faceva rimanere senza fiato». La casa vive un clima felice e positivo. Nasce Simona, secondogenita di Mario e Antonietta. Nei loro diari si descrivono a vicenda, rievocando quel periodo con un contegno calibrato perfettamente al loro carattere: «Era piena di vita, esuberante, un po’ fuori dalla realtà, fiduciosa nell’avvenire e di ottimismo piuttosto ingenuo. A me piacque questa sua dote, a lei un mio fondo strano e romantico»; «Mafai come tutti i romani era pigro, la mattina si alzava tardi, mentre io che venivo dalla Lituania e cioè dal freddo la mattina mi alzavo presto, alle cinque, e me ne andavo a dipingere al Colosseo, all’arco Settimo Severo, al Palatino e trovavo molte volte Scipione che dipingeva anche lui alla luce dell’alba».
Poco prima della nascita della terza figlia, Giulia, nei primi anni Trenta Mario e Antoniette, come la chiama lui, partono per Parigi. La lituana si tratterrà per quasi quattro anni mentre Mario tornerà a Roma sollecitato dal suo amico Scipione. Una separazione che Antonietta fa intendere sia dovuta a motivi professionali: «È difficile vivere insieme per due artisti che hanno la stessa arte della pittura. Io criticavo lui e lui criticava me. Così andai a scuola serale di scultura». Rimasta sola a Parigi con tre figlie, Antonietta comincia dunque a pensare alla scultura. Lontano dalla sua famiglia, Mario ne soffre la lontananza, e scrive a sua moglie: «Antoniette, io devo chiamarti, perché Iddio mi condanna a non darti un poco di felicità, a farti del bene? Cosa vale insegnarti ad essere saggia. Saggia significa ipocrisia molte volte, debolezze altre; per smorzare quel fuoco di vita che c'è dentro di te. A. io sono tuo, tu sei mia, noi vivremo vicini e io ti riavrò fra quindici giorni. E guarderai la luce e il cielo celeste con sguardo quasi nuovo (…). Antoniette quando verrai ti voglio alzare da terra ed abbracciarti da uomo (…). Io ti vorrei dare frutta colta dagli alberi, latte purissimo per sentirti sana e bella (…). Sei ancora tu Antonietta che io amo e quella con cui dividere la mia vita. Tu lo rifiuti, è vero, ma io riuscirò (…). Nella vita ci si stanca ma si ha paura di morire. Se non avessi avuto Antoniette e le tre piccoline sarei stato il peggior romantico(…). Siamo attaccati l'uno all'altro e fare male alla carne tua è come farlo alla mia (…). Tu mi hai portato tanto sole che mi fai desiderare la più bella vita che possa immaginare, tu Antoniette che vorrei tenere come un fiore per la mia gioia e quella delle bambine devi soffrire lontano, devi impallidire senza le mie carezze? (…) Antoniette, ritorna e io ti preparerò un cuore a festa».
Nel 1932, Mario torna a Parigi e i due vivono i mesi più aspri della loro esistenza. Sono anni di ristrettezze economiche, quando «nel piatto c’era solo un pezzo di pane e mezzo uovo. Io spingevo il piatto verso lui e lui lo respingeva verso di me». Antonietta, qualche volta, riesce a dare lezioni di pianoforte e di inglese, ma si dedica soprattutto a modesti lavori di cucito, finché alla fine dell’anno successivo decide di tornare a Roma. Lavora intensamente alla scultura, recandosi molto spesso nello studio di Ettore Colla.
Il periodo critico sembra passato, quando il 20 luglio del 1935 Mario e Antonietta di sposano. In seguito all’alleanza italo-tedesca, i tempi cupi portano la famiglia a riparare in campagna nei pressi di Genova. Antonietta vive appartata con le figlie e la scultura è il centro della sua attenzione. Mario è richiamato alle armi fino alla fine del 1942. Il distacco per entrambi è doloroso (Mario le scrive : «amerei soltanto avere vicino te») eppure, soprattutto per Antonietta, il periodo è denso e proficuo per il lavoro. Dal fronte, l’artista improvvisato soldato scherza sul lavoro della moglie, con parole che però lasciano trapelare tenere confessioni: «Dipingo ogni giorno, altrimenti mi sento male e poi… non vorrei che Antonietta mi passasse avanti. Io davanti a certe tue opere, ho sentito spesso un senso di inferiorità, come sento di fronte a certe mie opere del passato».
Vivere insieme di arte e d’amore rafforza e divide, attira e respinge, costruisce e abbatte. Genera la stessa passione e lo stesso tormento dell’immagine che si rivela sulla tela o della materia che prende forma tra le mani. Conflitti innocenti e tensioni sentimentali che accompagneranno Mafai e Raphaël per tutta la loro vita e lungo tutta la loro carriera. Hanno prodotto grandi opere, gemme preziose per la storia dell’arte. Ma ci hanno lasciato anche la testimonianza di una vicenda umana e professionale imprescindibile dal comune amore per l’arte che splendidamente Mafai, nel suo diario, riassume così: «Quando mi dici che non puoi amare nessuna altra cosa più del tuo lavoro, io potrei esserne geloso, ma ti capisco. E allora si è fermata tra noi un’altra forma di amore…».

 
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