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L'intervista del MUSMA a Emilio Isgrò. Video

  Stanley Tomshinsky
  New York (USA) 1935 – Milano 2004
stanley tomshinsky_uomo e serpente_1965

Uomo e serpente, 1965
ferro, cm 44,5 x 21,5 x 17
Donazione M.P. e L. Lambertini, Sutri, TV

  

stanely tomshinsky_musma

Stanley Tomshinsky nasce a New York nel 1935, figlio unico di padre e madre ebrei di origine lettone, emigrati in America negli anni ’20. Dopo la laurea in giornalismo, attratto come gran parte degli intellettuali americani dalla cultura europea e curioso di scoprire e condividere il clima di contemporaneità delle avanguardie artistiche dentro l’esistenzialismo vissuto come esperienza, si trasferisce in Europa scegliendo come destinazione Parigi, dove comincia la sua avventura d’artista come scultore. In un negozietto di Rue de Seine a Parigi acquista il primo pacchetto d’argilla sintetica, ma sono il rame, il ferro e la saldatura i mezzi attraverso i quali dà vita a sculture filiformi, astratte e ‘surreali’. Totem, figure, creature mitologiche diventano l’espressione simbolica dei temi cari alla ricerca filosofica e spirituale di Tomshinsky: Dio, l’uomo e l’universo. Con coraggio affronta in quegli anni il linguaggio della scultura intesa come forma aperta proposta alla fine degli anni ’20 dallo scultore spagnolo Julio Gonzales e ulteriormente sviluppata dall’americano Alexander Calder con le sculture mobili. Già nella scultura di quel periodo disvela una cifra del tutto personale, connotata da strutture geometriche attraversate da filamenti morbidi e fluenti che ad un’attenta lettura ci portano dentro a flussi di energia cosmica: l’estremo Oriente con la spiritualità buddista e lo Zen, che Tomshinsky organizza con sapiente chiarezza. Una impostazione concettuale e stilistica che lui stesso definisce come improntata all' "astrattismo simbolico”. 

La tendenza è quella dell’astrazione più completa, passando tuttavia attraverso la ricerca di una simbologia che non solo si rifà al segno astratto, ma a connotazioni simboliche più complesse, come il richiamo alla figura totemica.  Nelle mie sculture che io chiamo ‘astrazione simbolica’ – afferma Tomshinsky – il segno astratto, congiunto al movimento lineare, crea il simbolo e cioè l’astrazione dell’Idea. La chiave dell’astrazione è nei segni e nel loro movimento. L’astrazione si manifesta nell’universo in tutta la sua entità”. Le sculture in filo di rame possono far pensare alle costruzioni filiformi del Balla del ’22, ma solo indirettamente, e per altro, alle esperienze di Calder. Tuttavia in Tomshinsky nulla è intentato o casuale: “La sintesi di queste opere – commenta Lambertini – rappresenta formalmente un preciso atteggiamento ed una individuazione ideale. Potremmo addirittura affermare – conclude il critico italiano – che abbiamo una scultura trasparente perché Tomshinsky ha saputo suggerire, con questo suo mondo che ci trasporta nella cabala ed in un regno diafano ove la sensibilità dell’essere diviene ieratica individuazione e sintesi primordiale, uno dei tanti volti nascosti attraverso i quali il tempo e lo spazio passano silenziosi”. Da autodidatta studia il colore, la matematica e la cabala, il DNA e le strutture molecolari e biologiche della vita, le simbologie universali e il sistema binario de I Ching, che integra tra loro in una ricerca che, di fatto, costituisce la base del suo percorso esistenziale e spirituale. A metà degli anni ’70 viaggia e tiene mostre a Milano, Vienna, Parigi, Dusseldorf, Zurigo, Bruxelles, Londra, Roma e Torino, iniziando anche con la pittura ad olio (molto sensibili le stesure della materia pittorica in quel tempo). La sua ricerca era indirizzata prevalentemente all’astratto lirico con alcuni lavori riconducibili ad una stilizzata figuratività. Stanley decide nel 1966 di fare di Milano la sua città ideale, sebbene viaggi in continuazione. I genitori vengono a trovarlo con l’intento di riportarlo negli Stati Uniti, ma neppure sua madre, che lui adora, lo convince. Viaggia ma ritorna sempre nel suo studio in Via Fiori Chiari: di fatto, trova la sua dimensione proprio in questo luogo nel cuore di Brera, apprezzandone anche la qualità di vita. A Brera incontra gli amici e i conoscenti, dialoga pacatamente con loro di arte e del suo lavoro e con malcelata irritazione discute sulle politiche del mondo. È uno dei primi artisti a realizzare nel 1989 un sito internet sul suo lavoro e, incuriosito dalle potenzialità del computer, comincia a realizzare immagini di grafica e avvia, in largo anticipo sulle ricerche che ben presto si sarebbero sviluppate in questo campo, un’intensa sperimentazione sull’immagine digitale e l’animazione. Vive essenzialmente nella concentrazione del suo tracciato di ricerca, senza troppo interessarsi al mercato e a vendere le sue opere. Definitivamente preso dalla pittura, si libera dall’inevitabile condizionamento che la scultura astratta gli ha imposto. Vive sempre più la bellezza del valore timbrico; irrompe sulla superficie del quadro con l’impetuoso gesto reso automatico da un dinamismo irriverente, sovrapponendo i gialli ai rossi, i blu cerulei ai blu scuri, e per ultimo i bianchi, a disarticolare ancor più l’immagine e quasi a velare le strutture sottostanti. Un uso pittorico che mantiene un rigoroso manifestarsi ma che via via perde l’ultimo sensibile approdo sul versante spirituale, per entrare definitivamente nella gioiosa rabbia di un’entropia lucida vissuta nell’esistenzialità dominante del presente. La spiritualità di Tomshinsky si manifesta ormai per sintomi, celandosi alla rappresentazione, quale contenuto delicato e troppo fragile per essere esposto alla violenza dei tempi. Nell’ultimo periodo della sua pittura si allontana sempre più dall’immagine impiegando il bianco e il colore come pura materia pittorica in perfetto equilibrio in rapporto alla dimensione del quadro, mentre affioravano improbabili paesaggi o forse segmenti o frattali di articolazioni vagamente oniriche. Una metafisica dell’inconscio distaccata, quasi un congedo dal mondo, nell’irriducibile speranza di una gioia interiore sognata con prevalente poesia. Colpito da una malattia inattesa, muore a Milano nel febbraio del 2004, dopo sei mesi vissuti con il fatalismo calmo dell’uomo che ha sperimentato il percorso di una vita intensa, vera e spiritualmente concreta, ma anche di quella solitudine che spesso appartiene ai veri artisti. 
 
 
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